Brugnera (domenica, 23 marzo 2025) – A 16 anni il mondo di Valeria Oman era diventato grigio. La pandemia aveva stravolto la sua quotidianità e, tra lockdown e isolamento, ha iniziato a vedersi diversa, sbagliata. Il riflesso nello specchio le restituiva un’immagine che non sentiva sua, troppo distante dagli ideali di perfezione che affollavano i social. Da quel momento è iniziata una lotta silenziosa contro il cibo, contro se stessa. Oggi, dopo un lungo percorso di cura, guarda indietro con consapevolezza: «Ho avuto paura di mangiare, ma ho trovato la forza di rialzarmi».
di Monia Settimi
La ginnastica artistica era la sua passione, ma con il tempo era diventata un campo minato. Ogni allenamento sembrava un banco di prova, ogni confronto con le compagne alimentava il senso di inadeguatezza. «Ero convinta di essere troppo grassa, di dover cambiare» racconta Valeria. Così, giorno dopo giorno, ha iniziato a restringere sempre più la sua alimentazione, finendo in una spirale pericolosa. «Non si trattava degli allenamenti, ma di quello che avevo nella testa. Volevo essere perfetta come le ragazze che seguivo online».
Navigando in rete, si è imbattuta in contenuti pro-anoressia che l’hanno spinta ancora più a fondo. Blog, forum, immagini e consigli tossici che trasformavano la fame in un obiettivo, il peso in una sfida. «Leggevo post che suggerivano di mangiare il meno possibile, di sforzarsi fino allo sfinimento. Mi convincevo che l’unico modo per essere felice fosse diventare pelle e ossa». I primi cinque chili persi non erano mai abbastanza. «Guardavo le mie gambe e pensavo che dovevano essere più sottili. Non era mai sufficiente».
Il corpo ha iniziato a spegnersi, ma la mente non voleva accettarlo. Valeria ha continuato a negare il problema fino a quando il suo corpo ha ceduto. Dopo diversi episodi di svenimento e crisi di rabbia, è stata ricoverata. «La prima volta che mi sono trovata in ospedale non volevo crederci. Guardavo la bilancia e mi dicevo che doveva esserci un errore». Ma la realtà era innegabile. Nel reparto di pediatria di Pordenone ha incontrato altre ragazze che stavano vivendo la sua stessa battaglia. «Una di loro mi ha detto: ‘Siamo qui perché stiamo male’. Quelle parole mi hanno colpita come uno schiaffo».
Da quel momento è iniziata la sua rinascita. Grazie al supporto dei medici, degli psicologi e degli infermieri, ha ritrovato la strada. «Il primario e le infermiere hanno fatto la differenza. Parlare con loro mi ha aiutata a capire che non ero sola». Il percorso non è stato facile, ma la presenza della sua famiglia e del suo fidanzato Giuseppe Cannavale – anche lui reduce da una battaglia contro un tumore raro – le ha dato la forza di non arrendersi.
Oggi Valeria guarda la vita con occhi nuovi. Ha deciso di raccontare la sua storia in un libro, per dare voce a chi ancora lotta nel silenzio. «Voglio che le persone capiscano quanto sia importante la salute mentale. Bisogna parlarne, senza paura, senza vergogna».
La sua battaglia è universale: non riguarda solo lei, ma ogni persona che si sente persa, ogni anima che lotta in silenzio. È un messaggio di speranza che ci ricorda che, anche nei momenti più bui, la luce può tornare a brillare. A Pordenone, associazioni come Adao e centri specializzati dell’Asfo sono pronti a supportare chi affronta i disturbi alimentari, offrendo l’aiuto necessario per non rimanere soli in questa lotta. Perché, in un percorso tanto difficile, è fondamentale sapere che ci sono sempre mani tese a sostenerci.
Last modified: Marzo 23, 2025